Morrone: "Latina, ti risceglierei a occhi chiusi"

Intervista tratta dell'edizione del 18 giugno 2015 de "Il Giornale di Latina"
21.06.2015 15:00 di Marco Ferri   Vedi letture
Fonte: Il Giornale di Latina
© foto di Federico Gaetano
Morrone: "Latina, ti risceglierei a occhi chiusi"

365 giorni e 42 partite fa. A Latina ricorre l’anniversario della notte delle streghe, quella del risveglio dal sogno. Dalla carezza di Bruno alla serie A, ai pugni scagliati da Defrel e Cascione in un silenzio diventato assordante. Quella sera fu Stefano Morrone la carta della disperazione giocata da un Roberto Breda al centro del caos tattico. Stravolto l’assetto una volta incassato il pari, il tecnico trevigiano si affidò al suo uomo più esperto per riorganizzare una macchina che sparava a salve. La mossa non gli riuscì e pochi minuti prima delle 23, insieme all’utopia, si esaurì anche l’avventura del guerriero cosentino in nerazzurro. Passato da un’esperienza burrascosa a Pisa e fresco di patentino da allenatore (Uefa B), è tornato nella “sua” Parma dove vive giorni d’attesa e speranza per le sorti societarie. Tra un dribbling secco e inevitabile alla domanda su Pietro Leonardi – che per lo spessore dell’uomo e dell’atleta e il rispetto che gli si deve, va osservato senza affondare il tackle – e una battuta sui vecchi compagni di squadra, è insieme a lui che riavvolgiamo indietro il nastro.

Stefano, togliamoci subito una curiosità: bisogna chiamarti “mister”?
Il primo passo l’abbiamo compiuto, ma è ancora presto. Sono tornato in Calabria una volta firmata la rescissione con il Pisa, c’era questa opportunità e l’ho colta al volo. Ho ancora un anno di contratto col Parma, vediamo come finirà questa storia e quello che sarà. A giorni sapremo per intero la verità, se la società potrà iscriversi in B o se fallirà.

E’ una scelta che prelude all’addio definitivo al calcio?
Un altro anno lo farei volentieri, sto bene e non avrei problemi a continuare. Per ora mi alleno, in caso di fallimento del Parma valuterei anche qualche proposta da calciatore. Qualora trovassi una soluzione che mi piaccia e coincida con le esigenze familiari, non mi precluderei nulla.

Gavetta con i giovani o preferiresti ripercorrere le orme di qualche tuo ex collega?
Penso che iniziare con i ragazzi rappresenti la scuola migliore e più giusta, perché puoi trasmettere loro la tua esperienza e allo stesso tempo formarti. Vanno fatti i passi giusti, vedere se si è portati o meno. Preferirei iniziare con i giovani e seguire un certo tipo di percorso, l’ambizione di arrivare in alto ce l’ho ancora.

Cosa è rimasto della notte di 365 giorni fa? Pensi alla partita col Cesena con orgoglio o rimpianto?
Tanta amarezza per un percorso che meritavamo di coronare in un certo modo. Un campionato del genere può ricapitare, ma è stato unico per com’è andato e per il tragitto che abbiamo compiuto, con vittorie fuori casa meravigliose. Avevamo trovato un’identità marcata e una sintonia devastante con il pubblico. Trovare tutta quella gente davanti allo stadio ogni volta che vincevamo in trasferta, è un qualcosa che resterà nella memoria di ciascuno di noi giocatori. Tornando a quella sera, resta solo amarezza. Eravamo passati in vantaggio, abbiamo visto il traguardo e non siamo riusciti a raggiungerlo.

Della tua avventura a Latina, invece, cosa resta?
Una pagina meravigliosa, tra le più belle della mia carriera, a livello calcistico e umano. Sono arrivato con tanti dubbi, dopo 300 partite in A e tante incertezze. Ho sempre detto che la conoscevo poco, ma avevo voglia di rimettermi in gioco. E’ una scelta che rifarei, a occhi chiusi, anche domani.

Hai affrontato Iuliano, calabrese come te, solo da giocatore. Ti aspettavi un impatto simile da allenatore?
Partendo dal presupposto che per giudicare un allenatore devi conoscere e vivere quotidianamente il suo modo di lavorare, da spettatore esterno ammetto che ha fatto molto bene, nell’annata che era la più difficile in assoluto. Confermarsi dopo quanto ottenuto un anno fa era difficilissimo, riuscire a risollevarsi dopo tre cambi di allenatore lo era altrettanto. Ha saputo rimettere la squadra in carreggiata, ho avuto modo di vedere alcune partite e gli riconosco una proposta offensiva costante e improntata alla ricerca della vittoria. Il suo merito più grande è quello di aver dato un’identità al gruppo.

Ritieni che confermare quel rendimento sia difficile o che poter lavorare dall’inizio, con un gruppo plasmato da lui, gli metterà la strada in discesa?
Sarà sicuramente agevolato dal fatto di poter partire in ritiro con il blocco con cui dovrà lavorare, senza contare che potrà manifestare le proprie idee e valutazioni alla società. Da quello che percepisco, c’è una certa sintonia tra tecnico, club e ambiente, lavorare in simbiosi gli renderà tutto molto più semplice.

Nell’ultimo anno tra Parma e Pisa ne hai viste e vissute di tutti i colori. Come spiegheresti a un profano la situazione degli emiliani?
Sono tornato in città da qualche giorno e si percepisce un’aria strana, la città è delusa e provata. Parliamo di un paese civile e bello, che magari non te lo fa sentire, ma la gente è ferita perché non si aspettava un’altra mazzata del genere. Ogni giorno escono fuori cose nuove, è un’agonia continua. Si va avanti così da mesi, quello che aspetta la gente è capire ciò che sarà, sperando si possa ripartire con un calcio pulito e senza fregature. Il caso Parmalat e quello attuale, nel giro di dieci anni, fanno male.

Se non fossi parte in causa, auspicheresti una tabula rasa come avvenuto a Siena?
Sarei contento se il Parma salvasse almeno la B, soprattutto per tanta gente che lavora all’interno del club, e non mi riferisco ai calciatori. Ripartendo dalla B puoi ritrovare entusiasmo, ma c’è un monte ingaggi assurdo e non si fa altro che parlare di esercizi provvisori e curatori fallimentari. Sarà difficile colmare, in tempi così rapidi, il buco che si è creato.

Quanto è cambiato in negativo il calcio da quando hai mosso i primi passi tra i professionisti?
Tanto. Sono diminuite le competenze e si pensa solo ad arricchirsi. Sarei ipocrita se non mi sentissi parte di questo mondo, perché alla fine mi ha dato tanto e mi permette di condurre una vita meravigliosa, ma negli ultimi anni il campo è passato in secondo piano, sopraffatto dagli interessi economici. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.