Questo Latina sa divertire, anche se fatica a finalizzare
Vale la pena seguire le partite del Latina: garantito, c’è da divertirsi. Un divertimento che definirei “multistrato”, a diversi piani di lettura.
A favore dell’appassionato c’è lo spettacolo di un gioco offensivo, quasi mai speculativo, una trama che sai già che prima o poi porterà a qualcosa di esaltante: un gol o un’occasione sfumata. E siccome il calcio è anche rabbia, scoramento e delusione, siate pur certi che il Latina di questi tempi non vi deluderà: ci sarà la rabbia nel vedere tanta mole di gioco vanificata in fase di finalizzazione, così come il timore che l’avversario dormiente d’improvviso abbia un sussulto e frantumi i sogni di vittoria nerazzurri. È già capitato, e non una volta sola; l’auspicio è che non succeda di nuovo. Tutto questo fa spettacolo, crea tensione, è lontanissimo dalla banalità ed è un ottimo motivo per meritarsi tutta la nostra attenzione.
Ma c’è anche un altro piano di lettura, più profondo, meno scontato e più incerto nelle considerazioni che suggerisce: lo sviluppo della manovra del Latina.
«È una formazione camaleontica: nel corso dei novanta minuti l’avversario si trova a dover affrontare situazioni tattiche differenti», l’affermazione è di David D’Antoni, tecnico dell’Ostiamare.
Un’imprevedibilità che parte dai singoli: Baez e Cioffi non offrono punti di riferimento, variano nelle giocate così come nelle posizioni. Tracciare i loro movimenti sulla lavagna tattica porterebbe a un fitto groviglio di linee su tutta la trequarti avversaria.
Ma è un’imprevedibilità anche di squadra, che Volpe ha accentuato negli ultimi due confronti: ha rinunciato alla gamba di Lipani dote di quantità e qualità, ma in parte leggibile - per proporre una mediana in cui la mezzala si trasforma con naturalezza in trequartista, l’esterno scala a fare l’interno o i quinti si posizionano molto larghi, mentre la linea di centrocampo sale compatta a creare densità. L’ampiezza diventa un’opzione, non una costante, e gli interpreti della proposta variano a seconda dello sviluppo delle linee di gioco.
Una evoluzione tattica resa possibile da due fattori chiave: la crescita di Castorri, un giocatore capace di distribuire palloni ma anche di contrastare, a suo agio sia da centrale che da interno e il lavoro di De Ciancio, garanzia di un alto tasso di contenimento, un vero e proprio "aspira-palloni" come pochi nel girone.
C’è purtroppo però l’altra faccia della medaglia, che conosciamo bene: la difficoltà nel finalizzare.
I nerazzurri hanno imparato a sopperire all’assenza di un attaccante in grado di garantire le due cifre aggredendo in massa l’area di rigore - contro la Vis Pesaro ci sono stati ben 31 tocchi nell'area avversaria, contro l’Ostiamare 24 - ma questo comporta un perenne stato di incertezza: l’obbligo, e non più la semplice facoltà, di esprimere una manovra costantemente dominante, fatta di aggressione dello spazio piuttosto che di ricerca della profondità.
Averne coscienza e avere trovato una soluzione tattica è già un gran bel passo in avanti. Per il momento accontentiamoci: va bene così.
